giovedì 2 dicembre 2010

L’estate di Kikujiro

di Takeshi Kitano

Kikujiro no natsu, Giappone 1999, commedia, 121'. Con Takeshi Kitano, Yusuke Sekiguchi, Kayoko Kishimoto, Kazuko Yoshiyuki, Yûko Daike, Beat Kiyoshi, Gurêto Gidayû, Rakkyo Ide.

❋❋❋❋½

Locandina italiana

Takeshi Kitano firma qui un film che possiede la fresca semplicità di un sentiero di campagna. Masao è un bambino che abita a Tokyo con la nonna che lavora tutto il giorno. Con l’arrivo dell’estate, Masao inizia a sentirsi solo: i suoi amici sono partiti per le vacanze e il campo di pallone dove gioca è ormai deserto. Decide quindi di andare alla ricerca di sua madre, che non conosce e che vive vicino al mare. Un’amica di sua nonna gli affianca Kikujiro, un cinquantenne dai modi sgarbati che lo accompagnerà nel suo viaggio. Takeshi Kitano dirige un film che è contemporaneamente un road-movie ed un elogio dell’infanzia — di “spirito” piuttosto che anagrafica — accostando due personaggi che sarebbe davvero difficile immaginare più diversi: tanto Kikujiro è scorbutico e prepotente con tutti quelli che incontra, quanto Masao è ingenuo e gentile. Anche se in realtà Kikujiro è un personaggio molto più sfaccettato di quanto potrebbe sembrare inizialmente: ha acquisito molti lati negativi dell’essere adulti, ma ha anche saputo conservare intatta quell’ingenuità infantile che gli permette di guardare alla vita senza pesantezza e con grande ottimismo, lasciandosi alle spalle ogni negatività. In fondo, la favola de L’estate di Kikujiro sarebbe anche molto amara, con Masao che è stato abbandonato da una madre che si è rifatta una vita risposandosi e lo stesso Kikujiro che ad un certo punto ritrova la propria madre ormai anziana in un ospizio: entrambi i personaggi condividono un’orfanezza che se per Masao è letterale, per Kikujiro assume i tratti di una sostanziale solitudine che non è di certo meno dolorosa. Ma, proprio grazie al suo lato infantile (simboleggiato dall’“angelo campanellino” che regala al bambino dopo averlo rubato ad un motociclista), Kikujiro è in grado di addolcire ogni situazione, lasciandosi alle spalle il dolore e i drammi della vita per sostituirli con una realtà dai colori pastello che non può che risultare attraente. La violenza, sempre presente e in un certo senso necessaria per puro istinto di sopravvivenza, si stempera così in un mondo ovattato e protettivo nel quale rifugiarsi per far fronte all’orrore della vita: una trasfigurazione almeno pari a quella del musical, il genere che — nella sua totale inverosimiglianza — rappresenta forse più di ogni altro quella che è, in fondo, la vera essenza del cinema. In questo modo, sulla musica trascinante di Joe Hisaishi, un film che altrimenti avrebbe potuto essere drammatico diventa una commedia leggera e divertente in cui le gag si succedono senza soluzione di continuità e dove gli incontri che i due protagonisti fanno via via lungo il loro viaggio diventano metafora di tutti quei piccoli incontri che facciamo nel corso della nostra vita: magari brevi, ma quasi sempre intensi e importanti. Proprio come l’emozione di un sentiero di campagna la cui erba è mossa dolcemente dal vento, o dell’infrangersi delle onde sul bagnasciuga: tutto quello per cui varrà sempre la pena vivere.

L'estate di Kikujiro