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giovedì 8 settembre 2011

Nel corso del tempo

di Wim Wenders

Im Lauf der Zeit, Germania 1976, drammatico, 175', b/n. Con Rüdiger Vogler, Hanns Zischler, Lisa Kreuzer, Rudolf Schündler, Marquard Bohm, Hans Dieter Trayer, Franziska Stömmer, Patric Kreuzer.

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Locandina originale

Ideale chiusura di una “trilogia della strada” iniziata con Alice nelle città (1974) e proseguita con Falso movimento (1975), Nel corso del tempo è, al pari dei due precedenti capitoli, un intenso ed emozionante road-movie dell’anima, e al contempo un’esperienza visiva unica (fotografia di Robbie Müller e Martin Schäfer): non c’è niente di difficile o astruso in questo bellissimo film, solo l’incontro tra due esseri umani e le rispettive solitudini, il vuoto del paesaggio che scorre in sottofondo, la straordinaria colonna sonora rock (a cura degli Improved Sound Limited), i vari incontri che i due protagonisti fanno lungo il loro cammino. Nel corso del tempo, il film. Si avverte qui, probabilmente molto più che in qualunque altro film di Wim Wenders, l’influenza di Antonioni e in particolare di un film come Il grido (1957), a partire ovviamente dal tema del viaggio — o meglio, vagabondaggio, dal momento che un viaggio presuppone una meta — che diventa viaggio interiore: un tema che il regista ferrarese, da par suo, aveva portato al sublime appena due anni prima con il suo capolavoro Professione: reporter. Ma Antonioni si sente anche e soprattutto nell’utilizzo introspettivo del paesaggio, nella scansione felicemente anticonvenzionale del ritmo, nella prevalenza dell’immagine sulla parola, con i dialoghi meravigliosamente ridotti all’osso: Wenders non ha (ancora) bisogno di filosofeggiare per giungere in profondità ed emozionare, e dimostra una straordinaria sensibilità che è difficile ritrovare nelle cerebrali pellicole degli anni Ottanta, quali Lo stato delle cose (1982) o il sopravvalutato Il cielo sopra Berlino (1987).

venerdì 8 luglio 2011

Caro diario

di Nanni Moretti

Italia 1993, commedia, 100'. Con Nanni Moretti, Renato Carpentieri, Antonio Neiwiller, Claudia Della Seta, Lorenzo Alessandri, Raffaella Lebboroni, Marco Paolini, Moni Ovadia, Riccardo Zinna, Jennifer Beals, Alexandre Rockwell, Giulio Base, Carlo Mazzacurati, Italo Spinelli, Valerio Magrelli, Sergio Lambiase, Gianni Ferraretto, Pino Gentile, Serena Nono, Mario Schiano.

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Locandina

Caro diario è un grande film e come tutti i grandi film è un’opera di straordinaria semplicità, a partire dalla struttura tripartita ad episodi che ne maschera bene l’insospettata complessità e contemporaneamente ne suggerisce un’apparente ed ingannevole sconnessione narrativa. Nella prima parte del film, che è intitolata In vespa, siamo a Roma nel mese di agosto, dove il personaggio-protagonista girovaga appunto in vespa, cercando quartieri e luoghi inusuali. Va al cinema e vede, oltre a un film italiano sulle sconfitte presunte della sinistra e del ‘68, Henry – Pioggia di sangue (1986) di John McNaughton. Trovandolo brutto e troppo violento, decide di fare un terzo grado a un critico che ne ha tessuto le lodi con un linguaggio pseudo-colto e incomprensibile (piccola apparizione di Carlo Mazzacurati). Dopo aver osservato delle coppie ballare il merengue, incontra Jennifer Beals, la protagonista di Flashdance (1983) di Adrian Lyne, che lui aveva in precedenza elogiato. Infine visita il luogo dove venne assassinato Pier Paolo Pasolini. Nella seconda parte, Isole, la più disimpegnata e divertente, incontra un amico che non ama la televisione. Insieme girano le isole Eolie fino a quando la tranquillità e la solitudine non fanno esplodere l’amico, che si converte a Beautiful e a Chi l’ha visto? e fugge verso il continente.

lunedì 4 aprile 2011

Non lasciarmi

di Mark Romanek

Never Let Me Go, Gb / Usa 2010, drammatico, 103'. Con Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe.

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Locandina italiana

Era da tempo che un film non mi trasmetteva emozioni così forti, tanto intense da sfociare quasi in un dolore fisico acuto e lancinante. Quando ho preso coscienza del destino dei due protagonisti del film, avrei voluto abbandonare la sala, allontanarmi da quel luogo; un po’ come quando di notte si è immersi in un incubo particolarmente vivido ed eppure si conserva ancora la consapevolezza del sogno, e ci si vorrebbe svegliare per mettere fine a quello che si è consci essere “solo” un sogno, ed eppure appare così tangibile e reale. Ogni tanto, per fortuna, capita ancora di andare al cinema, prendere posto nel buio della sala e riuscire — come per miracolo — ad entrare in un film, varcando quei confini che separano il mondo reale dalla finzione: percepire un film con tutti i sensi, senza limitarsi a guardarlo dall’esterno solo con gli occhi, ma vivendolo sulla propria pelle, in prima persona. Ci sono film di cui, al termine della proiezione, non si serba il semplice ricordo della visione di un “film”; ci sono film  di cui si conserva il ricordo dei propri passi che ancora sembrano riecheggiare in quei luoghi; della suola delle proprie scarpe che affonda nell’erba di un prato; dell’aria che si respirava, del calore confortante di un abbraccio; dei pensieri, delle emozioni, delle illusioni provate in “quei” momenti, e poi magari disattese.

mercoledì 5 gennaio 2011

Les parapluies de Cherbourg

di Jacques Demy

Les parapluies de Cherbourg, Francia / Germania 1964, musicale, 92'. Con Catherine Deneuve, Nino Castelnuovo, Anne Vernon, Marc Michel, Ellen Farner, Mireille Perrey.

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Locandina originale

Les parapluies de Cherbourg è un film delizioso che si vede tutto d’un fiato. È un musical e allo stesso tempo un film sentimentale (più che mélo). È coloratissimo e vivace, anche se la storia che racconta è tutt’altro che allegra. È ingenuo e illusorio come un bacio Perugina nella prima parte, e pessimista e disilluso nell’ultima. È il primo vero successo di Catherine Deneuve, sublime nei panni della giovane Geneviève e che di lì a poco avrebbe recitato per Polanski (Repulsion) e per Buñuel (Bella di giorno). Il film è strutturato in tre parti: la partenza, l’assenza e il ritorno. Nel 1957 Geneviève, figlia di una venditrice di ombrelli, ama il meccanico Guy che però l’anno dopo parte soldato per l’Algeria. Nel frattempo lei è rimasta incinta di lui ma, non ricevendo sue notizie, decide di assecondare la madre che vuole che sposi il ricco Roland. Quando Guy ritorna, ferito, nel 1959, si sposa a sua volta ed apre una stazione di servizio. I due si incontrano per caso la vigilia di Natale del 1962, ma non sembrano avere molto da dirsi.

giovedì 2 dicembre 2010

L’estate di Kikujiro

di Takeshi Kitano

Kikujiro no natsu, Giappone 1999, commedia, 121'. Con Takeshi Kitano, Yusuke Sekiguchi, Kayoko Kishimoto, Kazuko Yoshiyuki, Yûko Daike, Beat Kiyoshi, Gurêto Gidayû, Rakkyo Ide.

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Locandina italiana

Takeshi Kitano firma qui un film che possiede la fresca semplicità di un sentiero di campagna. Masao è un bambino che abita a Tokyo con la nonna che lavora tutto il giorno. Con l’arrivo dell’estate, Masao inizia a sentirsi solo: i suoi amici sono partiti per le vacanze e il campo di pallone dove gioca è ormai deserto. Decide quindi di andare alla ricerca di sua madre, che non conosce e che vive vicino al mare. Un’amica di sua nonna gli affianca Kikujiro, un cinquantenne dai modi sgarbati che lo accompagnerà nel suo viaggio. Takeshi Kitano dirige un film che è contemporaneamente un road-movie ed un elogio dell’infanzia — di “spirito” piuttosto che anagrafica — accostando due personaggi che sarebbe davvero difficile immaginare più diversi: tanto Kikujiro è scorbutico e prepotente con tutti quelli che incontra, quanto Masao è ingenuo e gentile. Anche se in realtà Kikujiro è un personaggio molto più sfaccettato di quanto potrebbe sembrare inizialmente: ha acquisito molti lati negativi dell’essere adulti, ma ha anche saputo conservare intatta quell’ingenuità infantile che gli permette di guardare alla vita senza pesantezza e con grande ottimismo, lasciandosi alle spalle ogni negatività. In fondo, la favola de L’estate di Kikujiro sarebbe anche molto amara, con Masao che è stato abbandonato da una madre che si è rifatta una vita risposandosi e lo stesso Kikujiro che ad un certo punto ritrova la propria madre ormai anziana in un ospizio: entrambi i personaggi condividono un’orfanezza che se per Masao è letterale, per Kikujiro assume i tratti di una sostanziale solitudine che non è di certo meno dolorosa.

martedì 26 ottobre 2010

Sulle mie labbra

di Jacques Audiard

Sur mes lèvres, Francia 2001, thriller, 115'. Con Emmanuelle Devos, Vincent Cassel, Olivier Gourmet, Olivier Perrier, Olivia Bonamy, Bernard Alane, Céline Samie, Pierre Diot, François Loriquet, Serge Boutleroff.

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Locandina italiana

Carla fa la segretaria in un’agenzia immobiliare. Ha trentacinque anni e segue dall’inizio alla fine tutte le pratiche per uno stipendio da fame e una riconoscenza ancor più misera. Carla soffre di un handicap: ha un deficit uditivo e porta delle protesi, in compenso sa leggere le labbra. Ormai non ne può più della continua derisione dei suoi colleghi e quando le viene offerto di scegliersi un collaboratore per aiutarla nel lavoro, fa assumere il venticinquenne Paul Angeli, che è appena uscito di prigione e non sa nulla di immobili. Jacques Audiard gira un thriller avvincente che è anche, in sordina, una bellissima storia d’amore. In fondo Carla è una diversa e una disadattata (le due cose non sempre coincidono) che sa leggere le labbra altrui al contrario di tutte le persone che la circondano, che non sono minimamente in grado di leggere le sue e di capirla. Poi arriva Paul, che sembra diverso e che effettivamente diverso è — avendo passato gli ultimi due anni in carcere.

domenica 17 ottobre 2010

Eraserhead – La mente che cancella

di David Lynch

Eraserhead, USA 1976, grottesco, 89', b/n. Con Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, Judith Anna Roberts, Laurel Near.

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Locandina originale

Il primo film di David Lynch non sfigura rispetto alle opere della maturità e ne riassume anzi in nuce tutta la poetica. La trama è già impossibile da raccontare e, pur presentando vari elementi provenienti da generi diversi come fantascienza, horror, fantastico, risulta arduo incasellare il film in una definizione, tanto è profondamente personale. Vedendo Eraserhead si ha davvero l’impressione di assistere alla nascita di un genio, oltre ad avere l’occasione di rinvenire vere e proprie tracce delle opere successive: dal pavimento a zig-zag di Twin Peaks, al teatrino di Mulholland Drive, alle lampade a luce intermittente che sono una costante del suo cinema (la luce a volte si accende, a volte si spegne di colpo, nella vita di ognuno di noi). A parte la camera da letto in cui si svolge gran parte del film, l’universo esterno di Eraserhead è immerso in uno scenario paradossalmente reale che soffoca il suo protagonista: i paesaggi nei quali si muove all’inizio del film sono paesaggi industriali squallidi e disumanizzanti che potrebbero essere quelli di un film di Antonioni rigirato da una mente perversa.

mercoledì 6 ottobre 2010

Il tagliagole

di Claude Chabrol

Le boucher, Francia / Italia 1970, thriller, 93'. Con Stéphane Audran, Jean Yanne, Antonio Passalia, Pascal Ferone, Mario Beccara, William Guérault, Roger Rudel.

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Locandina italiana

A Claude Chabrol non interessano mai le storie (gli intrecci), ma l’interiorità dei suoi personaggi. Men che meno gli interessano i generi, che come in Antonioni non sono altro che un puro pretesto da cui partire per scandagliare l’animo ed i sentimenti umani. Eppure, Il tagliagole fonde perfettamente due generi in superficie così diversi come il thriller (a tratti quasi horror) e il mélo, che si abbracciano e si intrecciano in un tutt’uno segretamente inscindibile. Siamo in un piccolo paese del Périgord, dove Hélène, un’insegnante di scuola elementare, e Popaul, un macellaio fortemente segnato dall’esperienza della guerra, si incontrano durante un matrimonio e diventano amici. Poco dopo, una donna viene trovata uccisa nel bosco e in seguito un altro cadavere è rinvenuto da Hélène stessa mentre è in gita alle grotte con i bambini della sua scuola. Hélène ha avuto una breve e intensa relazione dieci anni prima che l’ha fatta soffrire al punto da spingerla a fare a meno dell’amore e ad accontentarsi del suo lavoro. Popaul scherza, le dice che a non fare l’amore si diventa folli; lei controbatte che si può diventare folli anche a farlo. L’arrivo di Popaul nella vita di Hélène potrebbe essere un’occasione per rimettere in discussione la sua scelta di rinuncia.

lunedì 27 settembre 2010

Mouchette – Tutta la vita in una notte

di Robert Bresson

Mouchette, Francia 1967, drammatico, 80', b/n. Con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert, Marie Cardinal, Paul Hébert, Jean Vimenet, Marie Susini.

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Locandina originale

Alla quattordicenne Mouchette, la vita non ha niente di bello da offrire. Vive in una misera casa in un paese agricolo della Provenza con il padre ubriacone che la maltratta continuamente e la madre gravemente ammalata e deve prendersi cura del suo fratellino ancora in fasce. A scuola subisce i soprusi degli insegnanti e dei suoi compagni, cui reagisce incattivendosi con dispetti infantili. Una notte incontra un bracconiere epilettico che lei soccorre in una delle sue crisi, ma che in seguito la violenta. Tornata a casa, sua madre muore e gli abitanti del paesino si lasciano andare a biechi commenti sulla violenza da lei subita. Si vestirà di un vestito bianco e si getterà rotolando, quasi per gioco, nelle acque di un fiume. Robert Bresson è il regista della semplicità e dell’essenzialità; in ogni suo film non c’è mai niente di “superfluo”, tanto a livello contenutistico che formale. Per Mouchette si basa su un romanzo di Georges Bernanos e lo mette in scena con il suo consueto rigore stilistico, che non lascia spazio ad alcun tipo di compartecipazione emotiva. Senza musica — se si eccettua il Magnificat di Monteverdi — e riducendo al minimo indispensabile i dialoghi.