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mercoledì 7 novembre 2012

Driver l’imprendibile

di Walter Hill

The Driver, USA 1978, azione, 92'. Con Ryan O’Neal, Bruce Dern, Isabelle Adjani, Ronee Blakley, Matt Clark, Frank Bruno, Felice Orlandi.

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Locandina originale

I personaggi del film di Walter Hill non hanno nome e vengono indicati solo con il ruolo che svolgono. Driver è un esperto guidatore di auto di cui la malavita si serve per sfuggire agli inseguimenti della polizia dopo un colpo. Alle sue costole c'è il Detective, che non è mai riuscito a incastrare il suo avversario. Deciso a prenderlo ad ogni costo, il Detective ricatta alcuni pregiudicati costringendoli a compiere una rapina, sperando di poter prendere Driver con le mani nel sacco. Per evitare di farsi ingannare dai banditi, Driver si serve della Giocatrice, una ragazza conosciuta per caso che gli aveva dimostrato fedeltà negando di conoscerlo nel corso di un confronto. Dei personaggi di Driver l’imprendibile non sappiamo davvero nulla. Non sappiamo chi sono, non sappiamo che passato hanno alle spalle, non sappiamo a che cosa vanno incontro. Il plot, di suo, non brilla certo per originalità. Rapine, inseguimenti in auto, complicità, tradimenti, denaro sporco, scambi di valige, trappole. Che cos’è allora a farne un grande film? L’ambiguità, senza dubbio.

martedì 20 settembre 2011

Il diavolo probabilmente…

di Robert Bresson

Le diable probablement…, Francia 1977, drammatico, 96'. Con Antoine Monnier, Tina Irissari, Henri de Maublanc, Laetitia Carcano, Nicolas Deguy, Régis Hanrion, Geoffroy Gaussen, Roger Honorat.

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Locandina originale

«Ma dottore io non sono malato… Non è una malattia veder chiaro». È Charles, il giovane protagonista de Il diavolo probabilmente…, a parlare, davanti ad uno psicanalista, nel penultimo film di Bresson, premiato con l’Orso d’Argento a Berlino. Charles è un giovane ragazzo che, sull’onda libertaria del Sessantotto, ha abbandonato la famiglia e vive da solo. Lo sguardo di Bresson lo coglie nella solitudine ingiallita della sua stanza. Apatia, noia. Va alle riunioni di un gruppo di estrema sinistra, ma mentre gli altri giovani si danno da fare, riunendosi per discutere insieme di politica, manifestare e cercare di sensibilizzare e smuovere in qualche modo l’opinione pubblica, Charles capisce che tutto è inutile perché il male del mondo è inestirpabile e gli uomini viaggiano su una nave di folli. Michel, un amico che sta montando un film contro l’inquinamento, si preoccupa del suo stato mentale e decide di andare a vivere con lui. Ma tutto lascia indifferente Charles, anche il tradimento della sua ragazza Edwige. Quando in chiesa i suoi compagni contestano un prete progressista, Charles è di nuovo in disaccordo, poiché Dio non è morto, non è mai esistito. Il malessere di Charles cresce: prima si concede a una donna per gioco, poi tenta di annegarsi in una vasca.

lunedì 19 settembre 2011

Le amiche

di Michelangelo Antonioni

Italia 1955, drammatico, 106', b/n. Con Eleonora Rossi Drago, Gabriele Ferzetti, Franco Fabrizi, Valentina Cortese, Yvonne Furneaux, Madeleine Fischer, Ettore Manni, Anna Maria Pancani, Maria Gambarelli, Luciano Volpato, Alessandro Fersen, Concetta Biagini.

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Locandina

Le amiche è quasi sicuramente il film di Antonioni più sottovalutato. All’epoca di questo film, il regista era ancora alla ricerca di una forma ed uno stile che non avrebbero trovato piena realizzazione nemmeno col successivo capolavoro Il grido (1957), ma solo con L’avventura (1960). Tuttavia, se lo stile può definirsi qui ancora acerbo, di certo non si può dire lo stesso delle tematiche affrontate, che Antonioni aveva ben chiare in mente sin dal suo primo film. Almeno sino a Il deserto rosso (1964), la sua filmografia costituisce infatti un unico discorso ininterrotto che perderebbe indubbiamente in profondità e ricchezza di sfumature qualora i vari tasselli che lo compongono venissero analizzati isolatamente. Sbaglia, pertanto, chi crede che L’avventura rappresentò una rottura rispetto a Il grido: a livello formale probabilmente sì, a livello contenutistico assolutamente no, tanto che si può parlare a ragione di “prosecuzione”. Sbagliato e assolutamente fuorviante quindi a mio avviso considerare una tetralogia L’avventura, La notte, L’eclisse e Il deserto rosso (una classificazione che non a caso venne operata dalla critica, e non dallo stesso Antonioni), come se costituissero un blocco isolato e a suo modo indipendente da quanto c’era stato prima. Ma torniamo a Le amiche, che a ben vedere contiene, in nuce, entrambi i due (più famosi) film successivi.

martedì 19 luglio 2011

Hud il selvaggio

di Martin Ritt

Hud, USA 1963, western, 112', b/n. Con Paul Newman, Melvyn Douglas, Patricia Neal, Brandon de Wilde, Whit Bissell, Crahan Denton, John Ashley, Val Avery, George Petrie, Curt Conway, Sheldon Allman, Pitt Herbert, Carl Low, Robert Hinkle, Don Kennedy, Sharyn Hillyer, Yvette Vickers.

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Locandina italiana

Nel grande ranch texano di Homer Bannon, allevatore orgoglioso e all’antica, vivono il figlio trentenne Hud — tipo spregiudicato e ribelle la cui vita è limitata a bere, iniziare risse al bar, girare con la sua Cadillac sportiva rosa ed andare a letto con le donne (sposate o no) — e il nipote diciassettenne ed orfano Lonnie, diviso negli affetti tra i due e dispiaciuto dei contrasti tra di loro. Sia Lonnie che Hud sono attratti in qualche modo da Alma, la governante di mezza età dei Bannon: tanto Hud è crudo e ingiurioso verso di lei, quanto Lonnie è protettivo. La situazione, e in particolare gli scontri tra Hud e l’anziano padre, peggiora ancora di più quando si scopre che, in seguito all’acquisto di alcune mucche provenienti dal Messico, il bestiame del ranch è stato contagiato da un’incurabile malattia infettiva, l’afta epizootica. Hud il selvaggio è un film sottovalutato in Europa, dove la critica lo accolse con molte riserve, e forse un po’ sopravvalutato in America, dove ebbe un grande successo aggiudicandosi tre premi Oscar: per lo splendido bianconero di James Wong Howe, e per le ottime interpretazioni di Melvyn Douglas, nel ruolo del tradizionalista e quasi romantico padre, e della straordinaria Patricia Neal, nel ruolo della disincantata governante Alma; mentre un memorabile Paul Newman ottenne solo la nomination e non l’Oscar che quell’anno andò a Sidney Poitier per I gigli del campo di Ralph Nelson. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo: Hud il selvaggio è un grande film, pur senza essere un capolavoro.

martedì 31 maggio 2011

La stanza del figlio

di Nanni Moretti

Italia / Francia 2001, drammatico, 99'. Con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Stefano Accorsi, Claudia Della Seta, Sofia Vigliar, Renato Scarpa, Roberto Nobile, Paolo De Vita, Roberto De Francesco, Claudio Santamaria, Antonio Petrocelli, Lorenzo Alessandri, Alessandro Infusini, Silvia Bonucci, Marcello Bernacchini, Alessandro Ascoli, Stefano Abbati, Toni Bertorelli, Dario Cantarelli, Eleonora Danco, Emanuele Lo Nardo.

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Locandina

La stanza del figlio è — prima ancora di un film sul lutto e sulla sua elaborazione — un film sulla famiglia. La famiglia in questione è composta da Giovanni (uno psicanalista), dalla moglie Paola e dai due figli, Andrea ed Irene. La loro vita piena di armonia e tranquillità viene improvvisamente travolta nel momento in cui Andrea, durante una delle sue consuete immersioni da appassionato di subacquea, ha un incidente e, colto da embolia, muore. Si dice spesso che il cinema italiano d’oggi non sa parlare d’altro che di famiglie in crisi ed adolescenti, di quarantenni immaturi, di vacanze per minorati mentali. Lo dice Quentin Tarantino e, al di là di generalizzazioni più o meno contestabili, è difficile dargli torto. Lo dice Tarantino, che riguardo al regista di Bianca afferma: «Moretti fa le sue cose, è uno che porta energia vitale e respiro al cinema». Io non sono un fan di Tarantino né sono un fan particolarmente accanito di Moretti, specie dell’ultimissimo (Il Caimano e Habemus Papam). Ma La stanza del figlio, Palma d’oro a Cannes 2001, è a mio avviso un film bellissimo ed uno dei più riusciti del regista, nonostante sia da annoverarsi senza dubbio tra i meno “morettiani”: a differenza delle altre sue opere, questo film presenta infatti per la prima volta una solida struttura narrativa, tanto compiuta da potersi definire quasi infallibile (la bellissima sceneggiatura è firmata dal regista con Linda Ferri e Heidrun Schleef); inoltre, scompare il “personaggio” Moretti, nascostosi per anni ed anni sotto lo pseudonimo di Michele Apicella e messo in scena  finalmente in prima persona solo nei due film precedenti (Caro diario e Aprile).

domenica 22 maggio 2011

La messa è finita

di Nanni Moretti

Italia 1985, drammatico, 94'. Con Nanni Moretti, Marco Messeri, Ferruccio De Ceresa, Enrica Maria Modugno, Dario Cantarelli, Giovanni Buttafava, Luisa De Santis, Pietro De Vico, Eugenio Masciari, Vincenzo Salemme, Roberto Vezzosi, Margarita Lozano, Luisanna Pandolfi, Manfredi Aliquo, Francesco Di Giacomo, Mauro Fabretti, Antonella Fattori, Inigo Lezzi, Luigi Moretti, Bianca Pesce, Carlina Torta, Mario Monaci Toschi, Mariella Valentini.

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Locandina

La messa è finita riprende e prosegue il discorso sulla ricerca della felicità e sulla coppia iniziato con Bianca. Don Giulio è un sacerdote che, dopo anni trascorsi in missione in un paesino lontano, fa ritorno a Roma, la sua città natale, dove gli viene assegnata una piccola parrocchia di periferia: deve sostituire un prete che ha rinunciato all’abito talare per metter su famiglia. Giulio è contento di poter riabbracciare i genitori e la sorella, e rivedere gli amici di un tempo. Tuttavia, ben presto si rende conto che ogni cosa è cambiata: il suo amico Saverio, deluso da una storia d’amore finita male, è divenuto paranoico ed è chiuso in casa; Cesare dichiara di voler avvicinarsi al cattolicesimo ma la sua sembra una decisione di convenienza e non dettata da vera fede; un altro amico, Andrea, ha un passato di terrorista ed è alle prese col processo; mentre Gianni vive la sua omosessualità non dichiarata. La situazione peggiore però è proprio all’interno della sua famiglia, dove il padre, ormai anziano, prende una cotta per una ragazza e lascia la moglie, che entra in una profonda depressione.

Bianca

di Nanni Moretti

Italia 1984, drammatico, 96'. Con Nanni Moretti, Laura Morante, Roberto Vezzosi, Remo Remotti, Claudio Bigagli, Enrica Maria Modugno, Vincenzo Salemme, Margherita Sestito, Dario Cantarelli, Virginie Alexandre, Matteo Fago, Giovanni Buttafava, Luigi Moretti, Giorgio Viterbo, Mario Monaci Toschi, Mauro Fabretti, Nicola Di Pinto, Gianfelice Imparato.

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Locandina

Bianca è la professoressa di francese interpretata da Laura Morante — alla sua seconda collaborazione col regista dopo Sogni d’oro — nel quarto film di Nanni Moretti. Quel nome femminile, che richiama alla mente un’immagine di candore e purezza assoluti, non è certo casuale. Il protagonista del film è Michele Apicella, alter ego del regista, qui professore di matematica che si stabilisce nella sua nuova casa romana facendo la conoscenza dei suoi vicini: una giovane coppia che è alle prese con i problemi di tutti  i giorni e un anziano signore amante delle donne e della bella vita. Michele vive da solo ed è pieno di fobie: igienista all’eccesso, perfezionista, osservatore quasi ossessivo della realtà e della gente che gli sta intorno, scrutatore della vita altrui che giudica persino dalle scarpe. Nelle ore libere Michele si dedica alla sua più grande passione, l’osservazione dei comportamenti dei propri amici, specialmente delle coppie: una sorta di ossessiva indagine di cui riporta i risultati su schede conservate in un archivio. Michele controlla la vita degli altri così come controlla il mondo intero, nel tentativo di riportarlo a quello che ritiene essere l’ordine corretto. Finché non incontra appunto Bianca...

mercoledì 11 maggio 2011

Il Signore del Male

di John Carpenter

John Carpenter’s Prince of Darkness, USA 1987, horror, 102'. Con Donald Pleasence, Jameson Parker, Victor Wong, Lisa Blount, Dennis Dun, Susan Blanchard, Anne Howard, Ann Yen, Ken Wright, Dirk Blocker, Jessie Lawrence Ferguson, Peter Jason, Robert Grasmere, Thom Bray, Joanna Merlin, Alice Cooper, Betty Ramey, Jessie Ferguson.

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Locandina originale

Il Signore del Male, ovvero quando John Carpenter era John Carpenter, e l’horror era (a sprazzi, e ancora per poco) l’horror. In questa ambiziosa pellicola del 1987 il regista mette in scena un vero e proprio horror religioso in cui si consuma l’infinito scontro tra Fede e Scienza. Siamo a Los Angeles dove, quando un vecchio prelato muore, un altro prete scopre, raccogliendone le confessioni in punto di morte, che egli costituiva in realtà l’ultimo adepto di una secolare setta cristiana — la Confraternita del Sonno — il cui compito era quello di custodire un gigantesco cilindro pieno di un liquido verdastro che si trova nei sotterranei di una chiesa. Il prete decide allora di rivolgersi al professor Howard Birack perché effettui delle indagini sul liquido. Questi si trasferisce pertanto nella chiesa con la sua équipe di giovani studenti (fisici, biologi e radiologi di ambo i sessi) per un week-end di studi ed esperimenti. A tener conto di quanto si legge in un antico libro trovato accanto al cilindro e parzialmente scritto in copto, tutto concerne il Maligno e la sua terribile forza, imprigionata all’interno di quel contenitore, collocato su di una specie di altare...

venerdì 25 marzo 2011

Dracula di Bram Stoker

di Francis Ford Coppola

Bram Stoker’s Dracula, USA 1992, drammatico, 128'. Con Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins, Keanu Reeves, Richard E. Grant, Cary Elwes, Bill Campbell, Sadie Frost, Tom Waits, Monica Bellucci, Michaela Bercu, Florina Kendrick.

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Locandina originale

Love never dies. Dracula il vampiro secondo Francis Ford Coppola è il principe valacco Vlad III che, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1462, si leva a difesa del mondo cristiano di fronte alla minaccia dei musulmani invasori. Al suo rientro in patria, il sovrano scopre che l’amata moglie Elisabetta è morta suicida dopo aver ricevuto, dai turchi sconfitti, la falsa notizia della sua morte. Assetato di cieca vendetta dinnanzi alle parole del prete, che sentenzia la dannazione della donna in quanto suicida, il furente principe rinnega il Dio e la Chiesa per cui ha combattuto con così tanto fervore ed abbraccia le potenti forze delle tenebre, tramutandosi nell’immortale vampiro Dracula. Quattro secoli dopo, alla fine del XIX secolo, riconosce nella giovane Mina Murray, fidanzata dell’avvocato Jonathan Harker, la reincarnazione dell’amata moglie. Per distaccarsi dalle precedenti versioni cinematografiche — quelle di Browning e Fisher, ovviamente, ma anche i Nosferatu di Murnau ed Herzog — Coppola trasforma il romanzo dello scrittore irlandese in una rutilante e sontuosa love story. Tale aspetto romantico, totalmente assente nel libro, oltre a conferire nuovo spessore e umanità al personaggio di Stoker, diviene così il fulcro di un grande film sull’eternità e immortalità dell’amore («Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti», dice Dracula a Mina) e sull’avvizzimento fisico e spirituale che consegue alla sua negazione.

lunedì 27 dicembre 2010

Le notti bianche

di Luchino Visconti

Italia 1957, mélo, 107', b/n. Con Maria Schell, Marcello Mastroianni, Jean Marais, Clara Calamai, Marcella Rovena, Maria Zanolli, Elena Fancera, Lanfranco Ceccarelli, Angelo Galassi, Renato Terra, Corrado Pani, Dick Sanders.

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Locandina

Subito dopo Senso, Luchino Visconti usa il romanzo breve di Dostoevskij per prendere ancora di più le distanze da quel neorealismo a cui lui stesso aveva dato origine: il primo film chiaramente ascrivibile al genere viene infatti quasi unanimemente considerato Ossessione, anche se Michelangelo Antonioni l’aveva di fatto anticipato di poco con Gente del Po, il suo primo cortometraggio. Visconti stesso ebbe modo di parlare di “neoromanticismo” in occasione de Le notti bianche, proprio mentre — quello stesso anno — la critica francese parlava di “neorealismo interiore” a proposito de Il grido di Antonioni: il cinema italiano stava passando gradualmente da una prospettiva che, nell’immediato dopoguerra, per ovvie e molto urgenti esigenze, non poteva che essere collettiva e “sociale”,  a un più individuale intimismo (anche se a dire il vero, Il grido è in realtà, curiosamente, l’unico film di Antonioni in cui l’aspetto sociale, pur rimanendo come al solito sullo sfondo della vicenda, ha una certa importanza). Le notti bianche non è certo un capolavoro al livello de Il grido, ma resta un film bellissimo, molto complesso e purtroppo anche molto sottovalutato, nonostante all’epoca si fosse aggiudicato il Leone d’Argento al festival del cinema di Venezia: vanta le intense interpretazioni dei due protagonisti Maria Schell e Marcello Mastroianni (il cui genio d’attore era davvero quello di essere un “uomo normale”, come tanti); la breve ma incisiva apparizione di una Clara Calamai tetra e minacciosa, che non si dimentica; un meraviglioso bianco e nero, nitido e contrastato, di Giuseppe Rotunno; un non memorabile ma funzionalissimo commento musicale di Nino Rota.

lunedì 20 dicembre 2010

Strade perdute

di David Lynch

Lost Highway, USA / Francia 1997, noir, 134'. Con Bill Pullman, Patricia Arquette, Balthazar Getty, Robert Blake, Robert Loggia, Natasha Gregson Wagner, Richard Pryor, Lucy Butler, Michael Massee, Jack Nance, Jack Kehler, Henry Rollins, Giovanni Ribisi, Scott Coffey, Gary Busey.

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Locandina originale

Ci sono almeno due modi di approcciarsi al cinema di David Lynch. Il primo è cercare di ricostruire le sue storie frantumate in mille pezzi, mettendo assieme i tasselli di puzzle affascinanti: la struttura narrativa di film come Strade perdute e Mulholland Drive è stata spesso associata al nastro di Möbius, nel quale esiste un solo lato e un solo bordo, in modo tale che dopo aver percorso un giro sulla sua superficie ci si ritrova dalla parte opposta. Il secondo è quello di rinunciare, almeno durante la visione, a uno sforzo così cerebrale per farsi guidare ciecamente dal regista all’interno dei suoi mondi. Nonostante le numerose interpretazioni reperibili su Internet e la ricca bibliografia dedicata alle sue opere, personalmente preferiamo decisamente la seconda modalità per almeno due motivi. Innanzitutto, riteniamo che Lynch sia uno dei più grandi registi di tutta la storia del cinema. Ciò significa in particolare che la nostra fiducia nei suoi confronti è totale e che le accuse che gli vengono rivolte spesso da alcuni, di divertirsi cinicamente a “prendere in giro” lo spettatore, ci lasciano totalmente indifferenti.

domenica 19 dicembre 2010

Tenebre

di Dario Argento

Italia 1982, thriller, 99'. Con Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, Giuliano Gemma, John Saxon, Lara Wendel, John Steiner, Veronica Lario, Ania Pieroni, Mirella D’Angelo, Eva Robins, Carola Stagnaro, Christian Borromeo, Enio Girolami, Marino Masé, Michele Soavi.

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Locandina

Dopo due horror soprannaturali quasi completamente calati nell’oscurità come Suspiria e Inferno, Dario Argento torna al thriller e alla luce del sole con un film intitolato, molto provocatoriamente, Tenebre. Mai come in questo caso, infatti, tutto — efferati delitti e traumi non rimossi del passato — avviene in pieno giorno: sintomatica, in tal senso, la scena dell’omicidio di John Saxon in una piazza assolata e affollata di passanti, probabilmente il culmine di un film con il quale Argento ritorna non solo, come detto, al thriller e alla luce del giorno ma, non secondariamente, alla modernità. Tenebre è infatti ambientato in uno dei quartieri più futuristici di Roma, quell’EUR che già Michelangelo Antonioni aveva scelto vent’anni prima per ambientarvi L’eclisse, storia di un mondo freddo e disumanizzante in cui i sentimenti si sfaldano come neve al sole e l’uomo viene ridotto a niente più di un mero oggetto. Argento ovviamente è — almeno apparentemente — lontano anni luce da Antonioni, a partire dal suo rapporto con il giallo, che il regista ferrarese utilizza, al contrario di lui, come puro pretesto ribaltandone gli stereotipi (il famoso “giallo alla rovescia”).

venerdì 5 novembre 2010

Tutti i battiti del mio cuore

di Jacques Audiard

De battre mon coeur s'est arrêté, Francia 2005, drammatico, 107'. Con Romain Duris, Niels Arestrup, Emmanuelle Devos, Jonathan Zaccaï, Aure Atika, Linh Dan Pham, Gilles Cohen.

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Locandina originale

I personaggi di Jacques Audiard sono prevalentemente maschili e sono tutti legati da un sottile filo conduttore: dovendo fare i conti con la realtà in cui (soprav)vivono, si trovano costretti a sporcare di sangue le loro mani. Come Thomas, che caccia a suon di spranga gli squatter che occupano clandestinamente gli immobili di cui si occupa, ma che allo stesso tempo sogna segretamente di diventare un pianista di talento, come la madre morta. Quando incontra quello che era il vecchio impresario di lei, questo gli propone un’audizione e per prepararsi Thomas prende lezioni da un’implacabile cinesina che non parla la sua lingua e che spiccica giusto due o tre parole in inglese. Rimette le mani sul pianoforte, quelle mani piene di lividi che, sulle orme del padre, usa per picchiare la gente. Il bellissimo titolo originale, De battre mon coeur s'est arrêté, pressappoco significa “Il mio cuore ha smesso di battere”. Già, il cuore di Thomas ha smesso di battere nel momento stesso in cui si è adattato alla vita che il padre gli ha imposto e che si è auto-imposto, rinunciando ai suoi veri sogni e desideri.

martedì 2 novembre 2010

8 donne e un mistero

di François Ozon

8 femmes, Francia 2002, musicale, 111'. Con Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Danielle Darrieux, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Ludivine Sagnier, Firmine Richard, Dominique Lamure.

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Locandina italiana

8 donne e un mistero è un giallo alla Cluedo ma anche un musical tra mélo e commedia. Siamo negli anni Cinquanta, in una grande villa sommersa dalla neve, sperduta nelle campagne francesi, dove Marcel — patriarca di una famiglia composta esclusivamente da donne — viene assassinato. Chi lo ha ucciso? Sarà un estraneo oppure una delle otto donne che abitano la casa: la moglie, le due figlie, la sorella, la cognata zitella, la suocera tirchia, la cameriera debordante o la leale governante? Basato su una pièce teatrale degli anni ‘60 di Robert Thomas, il bel film di Ozon è da prendersi come un colorato e vivace divertissement senza troppe pretese, da gustare dall’inizio alla fine apprezzandone i meravigliosi costumi e scenografie, le interpretazioni del cast che riunisce il meglio di tre diverse generazioni di attrici transalpine, i numeri musicali che, come in una commedia di Alain Resnais, servono ad esprimere l’interiorità dei personaggi, con la convinzione che nelle “canzonette” sia nascosto in realtà il vero significato della vita.

lunedì 11 ottobre 2010

Il profeta

di Jacques Audiard

Un prophéte, Francia / Italia 2009, carcerario, 155'. Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Rabah Loucif.

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Locandina italiana

«Sarebbe una banalità dire che la vita è una prigione. Ma che la prigione sia metafora della vita è evidente: quello che impari dentro, lo utilizzi fuori» (Jacques Audiard). Ogni tanto, per fortuna, capita ancora il miracolo di vedere un film bello, teso, complesso: è successo con Il profeta, che si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria al festival di Cannes. Malik è un diciannovenne che viene condannato a sei anni di prigione per aver aggredito un poliziotto. Non sa né leggere né scrivere e non ha una religione. Viene subito preso di mira da César Luciani, leader della gang còrsa che spadroneggia nel carcere, e di conseguenza si trova costretto a svolgere numerose “missioni” che gli fanno meritare sempre di più la fiducia del boss. I compagni di galera iniziano a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Pur rifiutando categoricamente qualsiasi spettacolarizzazione hollywoodiana, Jacques Audiard accetta gli stilemi del cinema carcerario, che vengono spezzati solo di tanto in tanto attraverso degli inserti onirici (il fantasma dell’uomo ucciso con cui Malik impara a convivere, esattamente come fa con tutto il resto, nella sua cella) che però non si differenziano molto dalla realtà, suggerendo come la realtà sia sostanzialmente un incubo.

sabato 25 settembre 2010

Grazie per la cioccolata

di Claude Chabrol

Merci pour le chocolat, Francia 2000, thriller, 99'. Con Isabelle Huppert, Jacques Dutronc, Anna Mouglalis, Rodolphe Pauly, Brigitte Catillon, Michel Robin, Mathieu Simonet, Lydia Andrei, Véronique Alain, Isolde Barth.

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Locandina italiana

Come è ben noto, il tema prediletto di Claude Chabrol era il marcio che si nasconde dietro la facciata educata e perbene della famiglia borghese. In Grazie per la cioccolata lo affronta ancora una volta con le cadenze pacate di un thriller insolito, che non ha bisogno di inseguimenti, colpi di scena o morti violente per avvincere. O meglio, tutti questi elementi ci sono, ma quasi non si notano tanto sono nascosti dietro l’apparente cordialità degli ambienti che il film descrive; cordialità a cui il titolo, ovviamente, allude. Siamo in Svizzera, dove il famoso pianista André Polonski e la presidentessa dell’industria del cioccolato Mika Muller si sposano per la seconda volta: dopo aver divorziato da lei, infatti, il concertista aveva sposato Lisbeth, da cui aveva avuto un figlio, Guillame. La vita apparentemente normale della coppia viene sconvolta da Jeanne, un’aspirante pianista che ha appreso di essere stata scambiata, forse, al momento della nascita con Guillame. Con un sapiente utilizzo dell’ellissi narrativa e uno stile limpido e asciutto (a tratti forse anche troppo), Chabrol indaga inquadratura dopo inquadratura l’anatomia del crimine, coadiuvato da un cast eccellente, Isabelle Huppert in primis.

lunedì 20 settembre 2010

Colazione da Tiffany

di Blake Edwards

Breakfast at Tiffany's, USA 1961, commedia, 115'. Con Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Buddy Ebsen, Martin Balsam, José Luis de Villalonga, John McGiver, Alan Reed, Mickey Rooney.

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Locandina italiana

Questo film non è certo il migliore di Blake Edwards, ma è diventato un vero e proprio classico soprattutto per l’interpretazione di Audrey Hepburn, eletta con il passare del tempo a simbolo di eleganza. All’inizio del film la vediamo mangiare cornetti e caffè davanti alle vetrine di Tiffany e poi camminare per la strada deserta: inquadrature che sono entrate di diritto nell’immaginario collettivo. Holly è una giovane ragazza che per vivere fa la prostituta d’alto bordo e chiama le sue prestazioni “fare la toeletta”. In questo modo riesce a condurre una vita mondana fatta di frequentazioni dell’alta società. Paul è uno scrittore in crisi d’ispirazione che si fa mantenere da una matura signora benestante e che viene a vivere nello stesso palazzo di Holly. I due inevitabilmente si incontrano. Tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany ha per protagonisti due personaggi disadattati e apparentemente avidi di denaro che sembrano aver rinunciato all’amore per puro istinto di sopravvivenza.

giovedì 16 settembre 2010

L’amore buio

di Antonio Capuano

Italia 2010, drammatico, 110'. Con Irene de Angelis, Gabriele Agrio, Valeria Golino, Corso Salani, Luisa Ranieri, Anna Ammirati, Fabrizio Gifuni, Luigi Attrice, Loredana Simioli, Michele Scala.

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Locandina

Una ripresa aerea di Nisida — isola a sud di Napoli che ospita un carcere minorile — immersa nell’azzurro scintillante del mare riassume il senso dell’ultimo, straordinario film di Antonio Capuano. Come gli occhi del suo giovane coprotagonista, l’esordiente Gabriele Agrio: uno verde-blu, uno nocciola. Siamo a Napoli, dove alla fine di una domenica di sole, mare, tuffi e pizza (questa apertura potrebbe ricordare quasi quella di Lo specchio della vita di Douglas Sirk), quattro ragazzini stuprano Irene, anche lei adolescente. Uno di loro, Ciro, la mattina dopo è preso dai sensi di colpa e va a denunciare sé e gli altri. Sono condannati a due anni di reclusione da scontare nel carcere minorile di Nisida, appunto. Il regista partenopeo parte dal racconto di un ragazzo che, sul set di un suo film, gli aveva raccontato la sua incredibile storia: dopo aver stuprato una ragazzina, essersi autodenunciato ed essere finito in carcere, aveva iniziato a scriverle; e lei, dopo un po’, gli aveva risposto, intessendo lettera dopo lettera un rapporto che alla sua uscita dal carcere li avrebbe portati addirittura a sposarsi.

lunedì 23 agosto 2010

Persona

di Ingmar Bergman

Persona, Svezia 1966, drammatico, 79', b/n. Con Bibi Andersson, Liv Ullmann, Margaretha Krook, Gunnar Björnstrand, Jörgen Lindström.

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Locandina italiana

“Dramatis persona” è una locuzione latina usata per definire la maschera indossata dall’attore a teatro. Elisabeth Vogel è una famosa attrice che mentre interpretava a teatro l’Elettra di Sofocle è stata improvvisamente presa da un incontenibile desiderio di ridere, e da allora ha incominciato a rifiutarsi di parlare, chiudendosi in un ostinato mutismo. Alma è l’infermiera che dovrà assisterla. La terapia consigliata dalla dottoressa è il riposo assoluto in una casa al mare su un’isola deserta (l’isola di Fârö, dove Bergman è vissuto fino alla sua morte). Qui le due donne intessono un rapporto che si fa via via più profondo ed enigmatico: Alma confessa segreti sempre più intimi alla sua paziente, e a poco a poco i loro ruoli tendono a ribaltarsi e a sovrapporsi. Persona è uno dei film più sperimentali di Bergman: si apre con una memorabile sequenza onirica, ma è soprattutto l’intreccio che — all’apparenza molto semplice e lineare — si rivela progressivamente meno cristallino di quanto inizialmente, anche a causa di alcuni dialoghi un po’ didascalici che sono tra le poche pecche del film, potrebbe sembrare.